LET GO è una meditazione sul cambiamento, sulla sua ineluttabilità e sulla necessità di abbracciarlo con coraggio, senso di resa e tenerezza. Pubblicato in tre EP (Part I, Part II, Part III), questo album per pianoforte solo riprende, attraverso le sue 12 tracce, il discorso da dove l’avevo lasciato con AT NIGHT, ALONE, WITH YOU. Quei brani esploravano “la dolcezza e la fragilità […] ma anche lo sfinimento e il profondo bisogno di riposo che accompagna l’essere genitore”; qui lo sguardo si allarga su una verità tanto ovvia quanto difficile da accettare fino in fondo: tutto è in costante divenire e i nostri tentativi di cristallizzare noi stessi, gli altri e tutta la realtà che ci circonda, di eternare la nostra breve esperienza di vita, si risolvono invariabilmente in un nulla di fatto, in uno sforzo vano e insignificante, generando paura, delusione e frustrazione. Al contrario, se si comprendesse che la vita – e la musica – non sarebbe possibile senza il mutamento, senza il tempo che passa, e si diventasse consapevoli che, come dicono con particolare forza i buddhisti, ogni cosa, piccola o grande, dalle stelle nel cielo ai nostri pensieri quotidiani, è soggetta a un ciclo di nascita, cambiamento e cessazione, le tensioni si dissolverebbero e si aprirebbe davanti la possibilità di un rapporto di profonda armonia con l’esistenza.

PART I

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PART II

PART III


L' A L B U M

Poco più che ventenne avevo maturato la convinzione che la morte fosse la conditio sine qua non del fare musica, sovrana garanzia qual è del tempo che passa, della trasformazione e fine di tutte le cose. Certamente non una grande scoperta ma, come sempre quando una novità entra per la prima volta nella propria vita, aveva quel sapore di rivelazione definitiva che in un’età così prorompente non poteva che attecchire. Donava, poi, alla scarsa fiducia che riponevo in me stesso anche un po’ di orgoglio perché metteva in luce una sensibilità particolare, e aggiungeva una certa impressione di profondità in un giovane che, per definizione, nel pieno dell’energia vitale dovrebbe godersi il viaggio più che meditare sulla sua inevitabile conclusione.

Era però un pensiero, un concetto astratto, non una realtà vissuta. Oggi lo è ancora, ma un po’ meno, è diventato più tangibile. Lo vedo in mia figlia che cresce, diversa ogni giorno, una rappresentazione vivente di come tutto cambi. Lo sento sul mio corpo che comincia a mostrare i primi segni del tempo, e in una crescente consapevolezza della nostra vulnerabilità, quella fragilità che non è più un’idea filosofica ma una presenza quotidiana, una compagna discreta ma insistente.

Tutto questo mi ha spinto a riflettere sul senso stesso dell’identità. Mi torna in mente una lettura di molti anni fa: The Teachings of Don Carlos in cui l’autore Victor Sanchez offriva una prima rielaborazione in chiave pratica del lavoro di Carlos Castaneda. Ricordo che un intero capitolo era dedicato a quanto fosse sbagliato, persino dannoso, imprigionarsi in un insieme di definizioni, come se potessimo davvero dire chi siamo una volta per tutte e rimanere fedeli a quella dichiarazione per sempre. Molti anni dopo, durante un soggiorno negli Stati Uniti, ho avuto modo di fare esperienza diretta di questa sospensione delle definizioni abituali che avevo di me stesso. È stato qualcosa di straordinario, a tratti persino inebriante: lontano dal mio contesto quotidiano, libero dalle aspettative consolidate, mi sono trovato ad abitare dimensioni di me che fino ad allora erano rimaste in ombra o semplicemente inesplorate. Al mio ritorno in Italia mi sono portato dietro questa scoperta, e la sfida degli anni successivi è stata proprio quella di mantenere aperta quella porta, di resistere alla tentazione di tornare ai vecchi automatismi una volta ritrovate le aspettative, le persone, le dinamiche familiari.

Il titolo LET GO (lasciare andare) parla proprio di questo: la comprensione che dobbiamo rinunciare a definizioni statiche di noi stessi, al conforto illusorio di dire “sono fatto così” o “sono sempre stato in questo modo”. La vita non tollera tale rigidità. Ci chiede invece di rimanere aperti e di accettare che la persona che eravamo a vent’anni non è la persona che siamo oggi. E questa non è una perdita, è semplicemente la realtà.

Musicalmente, LET GO continua l’estetica che ho sviluppato nei lavori per pianoforte solo che descrivo come il mio diario, dove racconto storie e condivido riflessioni attraverso un linguaggio immediato e accessibile. Il filo conduttore è “Una vecchia melodia”, un tema che attraversa l’intero album alternandosi agli altri brani in sei variazioni progressive. Nel loro complesso rappresentano questa idea di trasformazione; con la sesta, in particolare, si realizza una modifica della natura del tema, frutto del percorso compiuto, e simboleggia il passaggio dal trattenere al rilasciare, dalla contrazione all’apertura. È come aprire una mano che per anni ha stretto qualcosa: lasciare andare non significa rinunciare, ma guadagnare spazio, respiro, possibilità. L’album dialoga con idee di ritorno ciclico, mito, famiglia e sacro, temi tratti dal mio confronto con Nostalgia degli Dei di Marcello Veneziani, un testo che ha molto colpito la mia immaginazione. Ma abbraccia anche una semplicità radicale, che culmina nel brano che dà il titolo all’album, Let Go, un pezzo così minimale da rifiutarsi di fare qualsiasi affermazione, offrendosi soltanto come invito ad avvicinarsi alla vita con la libertà che deriva dalla nostra dimensione spirituale.

LET GO è musica per quei momenti in cui abbiamo bisogno di ricordare che tutto passa, tutto cambia, non con ansia, ma con serenità e un profondo senso di liberazione.


D I E T R O  L A  M U S I C A

Il filo conduttore dell’album è un tema che ho scritto nei primi anni di conservatorio, quando stavo cominciando a studiare composizione in modo più sistematico. Riprenderlo ora, dopo più di vent’anni, e attraversarlo in queste sei piccole variazioni mi ha fatto riflettere sulla distanza che mi separa da quel ragazzo.

UNA VECCHIA MELODIA

I

La prima variazione presenta la melodia nella sua forma più essenziale: una singola linea melodica sospesa su un pedale che sostiene tutto il brano, senza ritmo fisso, libera di respirare. È il punto di partenza.

II

Nella seconda si aggiunge il contesto armonico. Questa è in realtà la versione originaria, che scrissi allora come introduzione a uno studio per pianoforte. Qui la melodia non risiede più in uno spazio vuoto ma si espande, proiettandosi nella dimensione verticale degli accordi che a loro volta ne precisano il carattere.

III

Nella terza variazione il tema si sposta in un registro più scuro dello strumento ed è sorretto da bassi profondi. L’atmosfera diventa più cupa, ma allo stesso tempo la melodia scorre in modo più fluido attraverso una figurazione continua.

IV

Nella quarta un ostinato alla mano destra, centrato su un accordo di re minore, crea un orizzonte sonoro. Sotto di esso il tema emerge dal basso in valori più lunghi, dilatato nel tempo. Si aggiunge, poi, sopra di esso, una terza voce che all’inizio sembra solo accompagnare, ma gradualmente assume un profilo melodico più riconoscibile, dialoga con il tema fino a echeggiarlo direttamente alla fine.

V

La quinta è la più lunga e sviluppata, una sorta di sintesi delle precedenti. L’aspetto melodico è essenzialmente ricavato dal tema principale e quello armonico gravita tutto intorno all’idea cromatica presente per la prima volta nella seconda variazione, ma c’è anche la figurazione continua della terza e l’idea di dialogo tra voci diverse della quarta. È il momento di maggiore intensità dinamica dell’album, ma soprattutto quello in cui c’è il passaggio dalla tonalità minore al maggiore che si riferisce all’idea di trasformazione.

VI

La sesta variazione è la esatta riscrittura della seconda ma riletta a partire dalla nuova tonalità maggiore. Il tema è lo stesso eppure è profondamente cambiato, come cambia una mano che finalmente si apre dopo aver stretto qualcosa troppo a lungo.

NOSTALGIA DEGLI DEI

Quattro brani nascono dal mio dialogo con Nostalgia degli Dei di Marcello Veneziani, un libro del 2022 che esplora concetti fondamentali della nostra cultura come se fossero divinità dimenticate che meritano di essere riscoperte.

Rotas – Amor Fati

ROTAS – Amor Fati prende il nome dal celebre quadrato del Sator, quell’antica iscrizione palindroma latina che si può leggere in tutte le direzioni e il cui significato rimane ancora misterioso. Mi ha sempre affascinato questa idea di qualcosa che ruota su se stessa, che rimane identica indipendentemente dalla direzione con cui la si percorre. In fondo, fin da bambini le parole al contrario e i palindromi hanno un sapore particolare e sono forse tra le poche cose che, anche da adulti, riescono a risvegliare quello stesso stupore infantile. Nel brano la melodia si sviluppa attraverso diverse sezioni fino a raggiungere un punto centrale, dove tutto letteralmente ruota: la melodia passa dal registro acuto al grave portando con sé la figurazione che la accompagna, e ripercorre all’indietro il tragitto appena compiuto. Il sottotitolo, Amor Fati, invita ad abbracciare pienamente il proprio destino, qualunque esso sia, accettando anche i suoi ritorni e le sue ripetizioni come parte necessaria del cammino.

Ritorno – Regressus ad Uterum

RITORNO – Regressus ad Uterum è una sorta di ipnotico mantra pianistico: il brano si sviluppa su una linea di basso di sole tre note, senza mai modulare, affidando a minime variazioni melodiche – sempre all’interno di un ritmo costante – l’unico margine di trasformazione. La melodia si espande gradualmente per poi richiudersi su sé stessa, secondo un impianto modulare (ABACBDA’) che rafforza l’idea di ciclicità e di ritorno. L’effetto complessivo richiama l’esperienza sensoriale ed emotiva di un feto nell’utero materno: il flusso del sangue, il battito del cuore, una dimensione ovattata di protezione assoluta e intimità primaria. In questo spazio sospeso, il brano rinuncia deliberatamente a una personalità definita, riflettendo simbolicamente la condizione di un essere umano ancora in divenire, privo di contorni identitari ma immerso in un ascolto originario del mondo.

Famiglia

FAMIGLIA è un brano che fa riferimento a qualcosa che ci accomuna tutti, pur nelle infinite differenze di storie, ruoli e relazioni possibili. Il legame tra musica e titolo emerge nell’alternanza – non sempre regolare – di due andamenti diversi: uno pieno e stabile, l’altro leggermente sbilanciato, come se mancasse sempre qualcosa. Questa irregolarità suggerisce simbolicamente che la vita di una persona non possa esaurirsi nella pur fondamentale dimensione della famiglia: non si è soltanto figli, genitori o partner, ma individui che hanno bisogno di sentirsi in equilibrio con se stessi per poter stare davvero bene anche con gli altri. La musica si muove con naturale cantabilità e una serenità diffusa, richiamando l’idea di rapporti familiari vissuti senza strappi, in un clima complessivamente armonioso.

Mito (Ordo ab Chao)

Il mito è un concetto vastissimo e stratificato, al quale si potrebbero dedicare intere esistenze; eppure, nella sua essenza, è qualcosa di molto semplice: una storia. È il modo più antico con cui gli esseri umani hanno cercato di dare forma all’esperienza, trasmettendo verità che non hanno bisogno di dimostrazioni scientifiche per essere riconosciute come tali. La musica prova a muoversi proprio in questa direzione, raccontando una vicenda con un inizio, uno sviluppo, un momento culminante e una conclusione volutamente aperta. È evidente che un piccolo brano pianistico di dimensioni intime non può certo pretendere di esaurire o spiegare l’immensità semantica della parola mito: può però alludervi, suggerirla, trasformandosi in una narrazione personale che prende avvio da esperienze e riflessioni private per cercare una risonanza più ampia e condivisibile.

CREPUSCOLO MARINO

Questo brano risale a quasi vent’anni fa, e per molto tempo è rimasto nel cassetto, come un appunto privato a cui non avevo ancora trovato una collocazione. Si tratta di una melodia accompagnata che gradualmente si espande fino a occupare l’intera estensione dello strumento, aprendosi progressivamente nello spazio sonoro per poi ripiegare e ritornare alla quiete iniziale. L’ispirazione è nata da un’immagine molto semplice: il crepuscolo sul mare, quel momento sospeso in cui non è più notte ma non è ancora giorno, non è più giorno ma non è ancora notte. Un tempo di passaggio, una soglia fragile e silenziosa. La musica cerca di abitare proprio quello spazio intermedio, lasciando che il suono accompagni una trasformazione lenta e quasi impercettibile, come accade nei momenti in cui le cose finiscono e cominciano senza che ce ne accorgiamo davvero.

LET GO

Il brano finale, quello che dà il titolo all’intero album, è tra i più semplici che io abbia mai scritto: tre accordi e una linea melodica così sottile da sembrare meramente decorativa. È una musica fatta più di spazio che di suono, più di silenzio che di affermazione. In questo punto si raccolgono e si compiono molte delle idee che attraversano l’intero lavoro: l’abbandono delle definizioni rigide, la rinuncia al bisogno di dimostrare o di spiegare. Per me, come compositore, questo brano rappresenta anche un gesto di libertà: smettere di sentire la necessità di impressionare, di costruire architetture complesse, di lasciare un segno evidente. È un invito a incontrare la vita con la semplicità e la libertà che derivano dalla nostra dimensione spirituale. A volte la cosa migliore che possiamo fare è dire di meno, pretendere di meno, e in quello spazio vuoto scoprire chi potremmo davvero essere.


Crediti

Musica prodotta da Paolo Cognetti

Etichetta: Karma Sounds

Distribuzione digitale: Platoon

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